Lavoro, lavoro. È un urlo disperato di circa 5800 marittimi e amministrativi, tutti dipendenti della Moby, la compagnia di navigazione italiana dell’armatore Vincenzo Onorato, fondata dal padre Achille circa cinquant’anni fa e che adesso è sull’orlo di una procedura concorsuale. La crisi è nata da pochi anni. Tra i principali fattori c’è l’indebitamento per l’acquisto della compagnia Tirrenia; la riduzione dell’utile dovuta alla concorrenza sul mercato e l’aumento del costo del carburante. A tenere banco, in questi anni il prestito di un pool di banche, la cui capofila è stata l’Unicredit, e degli obbligazionisti internazionali. La Moby si è impegnata a restituire agli obbligazionisti il prestito di 300 milioni entro il 2023 mentre a Unicredit e al pool di banche il debito residuo del finanziamento deve essere regolato entro il 2020; a garanzia del debito la compagnia ha concesso ipoteca su tutte le navi del gruppo; circa 50. Nei giorni scorsi gli Onorato hanno proposto all’Unicredit di pagare la rata in scadenza vendendo due navi e acquistandone in cambio altre due di minor valore ma a salvaguardia dell’occupazione e dell’esercizio delle linee commerciali ma la banca ha rifiutato la proposta preferendo conservare l’ipoteca sulle navi mettendo a rischio la vita di tutti gli addetti al lavoro della compagnia di navigazione. Una storia che sa di speranza se la Moby dovesse riuscire a superare l’inverno perché potrebbe colmare i debiti con i flussi di cassa della primavera e dell’estate. Mesi e azioni decisivi dunque vissuti con frustrazione e preoccupazione accompagnano le famiglie che hanno scelto di sfilare per le strade raccontando le proprie storie affinché la voce del singolo, divenendo coro, possa arrivare lontano.